Aria di bicamerale

Un esponente di primo piano del Partito democratico, Nicola Latorre, notoriamente legato a Massimo D’Alema, ammette che “la riforma della giustizia va fatta” e che deve farla il Parlamento, “non la magistratura, l’avvocatura o gli imputati”.
28 AGO 08
Ultimo aggiornamento: 02:30 | 17 AGO 20
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Un esponente di primo piano del Partito democratico, Nicola Latorre, notoriamente legato a Massimo D’Alema, ammette che “la riforma della giustizia va fatta” e che deve farla il Parlamento, “non la magistratura, l’avvocatura o gli imputati”. Sembra una risposta alle insistenze del centrodestra e in particolare del Guardasigilli nell’indicare nella bozza di riforma costituzionale stilata dalla bicamerale dalemiana l’ossatura del provvedimento che sarà proposto. A Latorre non sfugge il senso politico d’un confronto di merito sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, le conseguenze di inevitabile rottura con i giustizialisti di Antonio Di Pietro, dal quale lo separa e non da oggi “una distanza notevole”.
Si profila così una tattica della “corrente che non c’è”, visto che D’Alema continua a negarne l’esistenza: molta fermezza sulla politica interna ed economico-sociale nei confronti dell’esecutivo, che infatti Pierluigi Castagnetti bastona quotidianamente, disponibilità sui dossier istituzionali, con una preferenza per la questione giustizia rispetto a quella del federalismo, forte iniziativa “identitaria” sulla riforma elettorale proporzionale per tenere i collegamenti con le formazioni minori presenti o assenti dal Parlamento. Naturalmente sarebbe ingeneroso ridurre la coraggiosa uscita di Latorre all’esecuzione di un gioco di squadra. Il vicepresidente dei senatori democratici ha una spiccata autonomia intellettuale e carattere (cioè, come diceva Winston Churchill, un cattivo carattere). Quando i dalemiani dicono che bisogna “respingere toni e minacce corporative” esprimono una profonda convinzione nella forza della democrazia e nel primato della politica. Tesi che hanno sempre difeso, anche quando tanti altri camminavano rasente il muro durante le tempeste del giustizialismo trionfante. La cultura garantista, rivendicata anche in questa occasione, non viene sfoderata solo nei giorni di festa, è una costante della loro azione politica e ora diventa esplicitamente un tema cruciale posto all’interno del Partito democratico, al quale si chiede di “trovare una sintesi tra sensibilità anche diverse”. Quando, probabilmente al termine della festa fiorentina, Veltroni uscirà dal silenzio agostano, avrà di fronte un quadro abbastanza chiaro delle tensioni che agitano il Pd, delle tante “sintesi” che ancora mancano e che di fatto ne paralizzano l’azione, rendendo inefficaci le pur eccellenti intuizioni che egli stesso aveva espresso.